L’animo di qualsiasi persona nasconde dei torbidi segreti… Generalmente, la cosa migliore è conviverci senza che questi vengano alla luce… (Clover)
Due donne, tanto simili quanto diverse.
Due donne, stessi occhi.
Due donne, un uomo in comune.
Ti ho rovinato la vita, lo so.
Due donne, dopo tanti anni nello stesso letto.
Sette di mattina. Inverno. Lei piange. Io la guardo.
“Cos’hai?”
“Lasciami stare”
“Cosa ti ho fatto?”
“Ti ho detto di lasciarmi stare”
Un muro. C’è un muro insormontabile tra noi. Un muro che ho cercato di non vedere. Un muro che a volte diventa di vetro e ti illude di averlo abbattuto.
Lo so che sono stata il tuo sbaglio.
Osservo questa bella donna. Inizia ad avere sul volto i primi segni del tempo che oggi sembrano più marcati che mai. E’ stanca. E’ infelice.
Mi stringo le gambe contro il petto, le occhiaie di una notte insonne passata a studiare per il prossimo esame che forse non darò mai.
Ti ho imprigionata come le migliori delle catene
“Sono sola”
“E io chi sono scusa?” Una domanda, che sembra più un lamento, una richiesta di aiuto. Che vuole delle risposte. Paure che riaffiorano anche se celate in fondo al cuore. Flashback vecchi ventanni che si impongono nella mia mente.
E il senso di colpa di essere stata la sua prigione, la sofferenza di vederla triste. Di vedere la persona che ami di più al mondo persa in un incubo di sofferenza. E tu non ne capisci il motivo.
“Si può sapere cos’hai?” Urlo esasperata.
“Lasciami stare!” Piange ancora.
E per la prima volta mi appare come una malata: una malata cupa che non vuol essere curata, che non vuol dire nemmeno il suo male. Neanche a me, sua figlia.
Prevale l’egoismo, la rabbia di essere stata lasciata sola nel proprio letto. La rabbia verso di lei, verso questa situazione. Fingersi vittima è sempre più facile.
Guardati, guarda come ti sei ridotta. Eri solo una bugia, la donna forte, determinata, bella ed elegante era solo una farsa. Ecco come sei veramente! Uno straccio destinato ad essere infelice.
Sono un diavolo senza sentimenti che condanna quella donna all’inferno, senza pietà.
La guardo quasi con disprezzo “Debole e stupida” penso. Ti sei fatta rovinare la vita da un uomo e dalle conseguenze di quell' amore: io.
La vergogna di essere stata lasciata con un figlio in grembo. Il rimpianto di aver lasciato tutto quello che avevi per lui, per poi ritrovarti su un divano a piangere con quella minuscola vita tra le braccia.
Ammettilo! Urlami addosso che sono stata la tua rovina! Non aspetto altro! Non sei nessuno. Mi fai pena. Non sei riuscita a cavare nulla di buono nella tua vita. Ti odio. Perché sei mia madre. Perché dovresti essere la migliore, invece non sei niente.
Io non voglio essere come te.
Non voglio ritrovarmi a quarantanni come te, con un lavoro che mi sono fatta piacere a forza. In una vita di soddisfazioni insulse. Depressa, che vive la sua vita senza un sorriso e monotona. TI CREDEVO DIVERSA! Dov’è la donna che ammiravo da piccola, dov’è la donna sicura di sé. Dov’è la ragazzina che ha costruito il suo impero? Menzogna, sei solo una menzogna. Io sono migliore di te.
Irrompo in cucina, dove si sta preparando un caffè. Voglio urlargli tutto il mio disprezzo. Tutto il mio rancore. La guardo. E rivedo i suoi lineamenti perfetti. La sua dolcezza. La persona che per 24anni mi ha sempre resa fiera di essere sua figlia. Non dico nulla e piango. Non piango per me, piango per lei che ha una figlia che non si merita. Una figlia bugiarda e irriconoscente. E mi vergogno, mi vergogno così tanto da non riuscire a guardarla negli occhi. Come ho potuto solo pensare certe cose di lei. Mi abbraccia e piangiamo insieme dopo tanti anni di silenzi.
Scusami
Quella mattina per capire meglio mia madre sono scesa all'inferno per cercarla, ma non l'ho trovata, non c'era. Ho trovato me.
Ancora non mi perdono per le cose che ho pensato quella gelida mattina di inverno. Per aver sminuito nella testa anche solo per pochi minuti quella grande donna di mia madre. Per averla crocefissa per un momento di debolezza. Per aver riversato su di lei tutti i miei timori, le mie paure, le mie angosce. Perché ora come non mai, sento il suo sangue che mi scorre orgoglioso nelle vene.
Quarto comandamento: Onora il padre e la madre.
Ho peccato, ma non ho peccato contro un Dio. La fede non c’entra, non bisogna essere credenti per provare il rimorso che ho sentito nello stomaco quando sono riuscita a risalire dal vortice che io stessa mi ero ricreata. E questa prova la dedico a lei, il mio faro nella notte, la metà della mia anima, la persona che non abbandonerò mai più e che mai mi abbandonerà. Per lei, immensamente e semplicemente mia madre.
Credits: Il file musicale è di Carmen Consoli, In bianco e nero, dell'album Stato di necessità