

I puffi sono comunisti?
All'interno di questa società c'è un solo individuo femmina: Puffetta. Si tratta di un personaggio altamente significativo: implicitamente madre dei puffettini nati nelle varie serie, è l'elemento di rottura nei confronti della famiglia patriarcale occidentale e si erge come simbolo dell'emancipazione femminile comunista, cioè della donna pari all'uomo nella produzione economica e nel ciclo vitale.
E poi i nemici: Gargamella, che vuole trasformare gli ometti blu in oro, è ovviamente il simbolo del capitalismo da sconfiggere, mentre il gatto Birba, il cui nome originale è l'ebraico Azreal, richiama l'altro acerrimo nemico del regime sovietico.Una patina di tristezza avvolge il mio corpo. Ultimamente è così. Mi capita di svegliarmi al mattino tranquilla e rilassata, ma malinconica.
”E’ la primavera” hanno cercato di spiegarmi.
“E’ la mia vita” rispondo io.
Riflessioni importanti. Saranno vere? Rimarranno nel tempo? O scivoleranno via come foglie secche trasportate dal vento?
Ecco qui c’è il mio cuore. Prendetelo. Apritelo e guardateci dentro voi. Perché a me fa un po’ paura.
La partenza: Torino Stazione Porta Nuova, ore 17:00

I viaggi in treno conciliano i pensieri: te ne stai lì a guardare dal finestrino ed essi corrono veloci come le immagini che vedi passare. Non le puoi fermare. Non puoi dire al capotreno di frenare per osservarle meglio. Lui continua ad andare avanti incurante dei passeggeri.
Sto tornando a casa. Ho un bagaglio in più rispetto a quando sono partita. Un bagaglio che ora non vi è dato sapere perché lo voglio tenere nascosto per me.
Ma come ci sono arrivata fino a qui? Cosa mi ha aiutato a riscoprire la voglia di scrivere? Da farlo diventare un bisogno viscerale come un tempo?
“E’ una cosa innata”
[Ringrazio te, anche se non mi ricordo il tuo nome, per avermi proposto di entrare a fare parte del cast di Vip di Turno.
Senza saperlo mi hai condotto in un viaggio che si sta rivelando una partenza, forse.]
Le Stelle. Iniziai con distacco e sufficienza. Per me era solo voglia di scrivere, voglia di critiche, di riempire gli spazi vuoti delle giornate più noiose.
Con il passare dei giorni però il desiderio di giocare si fece più grande, la stessa passione aumentò.
Il bisogno di confronto, di mettersi alla prova, l’umiltà di imparare da chi in alcune cose è migliore di te e rendersi conto invece dei propri punti di forza.
Iniziai ad apprezzare stili di blogger a me sconosciuti e rimarcai il piacere di leggere quelli frizzanti di Mascia e Cagnaccio.
Tutto questo mentre ero travolta da festini in msn, chattate multiple…
E da un concorso di scrittura Le Stelle per me diventò qualcosa di più.
Un gioco. A volte come Risiko, dove ognuno cerca di prevalere sull’altro, a volte come una corsa, dove vince chi arriva più lontano con i sentimenti. Perché Le Stelle è un reality. Fatto di emozioni e interazioni con gli altri blogger da cui nascono veri e propri rapporti.
Se non mi fossi soffermata un po’ di più e avessi continuato a giocare con freddezza e un’involuta superiorità ora non sarei così triste e non avrei mai mandato una mail come questa. 
Lei, forte. Lei, bella. Lei e le sue parole dolci. Lei che senza Le Stelle non avrei mai scoperto. Lei che poi ho un po’ perso, ma che poi ho ritrovato.
Lei, che aspetto solo di poter respirare un po’ di più per andarla a trovare in quel di Palermo e magari portarmela via in quel di Milano.
E ci vedo già a ridere, stravaccate sul divano con caffè e sigaretta a parlare di come siamo, di cosa vorremmo, di quello che diventeremo.
Perché ci sono rapporti che nascono così e ti travolgono.
Perché le Stelle non è solo virtuale, si insinua anche nella vita quotidiana con stronzate divertenti come i festini in chat e cose più serie come le confessioni e le scoperte.
E tra un trenino creato con l’emoction
e l’altro mi sono ritrovata a chattare con un certo Roberto di Genova. Passione in comune: il calcio, la Signora.
E iniziano chiacchierate senza fili logici, fatti di “Che fai?” pernacchie e buonanotte.
E se mi ritrovo on-line alle quattro e lui non c’è, inizio a preoccuparmi.
Perché a volte non c’è bisogno di dire tanto. Ti basta sapere che c’è qualcuno come te da un’altra parte per sentirti meno solo.
E nasce un legame impercettibile che ti porta a dire: “Lo Chic? Gli voglio troppo bene”
Questo mio viaggio con Le Stelle mi ha insegnato a non valutare dalle apparenze. Mi ha insegnato come persone che a primo acchito non mi trasmettono nulla non è perché sono poco interessanti, ma perché forse non li ho ascoltati con la dovuta attenzione. Come ho fatto con Pan.
Tre lettere che per me ora vogliono dire talento comunicativo, bravura, emozioni, sentimenti.
E ho imparato a essere meno impulsiva nel giudicare. E nel digitare questo verbo mi viene in mente un nome, una medaglia con le due facce: Slider.
“[…] Slider mi appare come un fantasma. Per un attimo credo proprio sia un fantasma. E come tante altre volte, trasforma la sua apparizione in un gioco. Finge di essere un fantasma, ma solo quando scopre di aver commesso un errore.[…]”
Una persona che non conosco. Non so chi sia veramente e forse non lo saprò mai.
E’ il ragazzo con cui parlavo di moda? La persona con cui ho preso uno spritz al cafè Paris di Milano? O la persona che ho giudicato paraculo in più di un’occasione?
Forse nessuno di loro, forse è tutto questo insieme. E ora non ha più importanza.
Le Stelle mi ha anche insegnato che l’istinto della diffidenza va ascoltato per evitare di ritrovarsi a piangere davanti a un monitor per la morte di una persona mai esistita come UnaCrisalide, ma non voglio dargli ulteriore importanza.
Sto scoprendo che nel raccontare questo percorso la parte più difficile – una delle parti più difficili – non è tanto riuscire a metterci tutto, quanto mettere tutto al posto giusto.
Ed è il momento di parlare delle persone che mi hanno dato la spinta nel credere che questo mio percorso mi stia servendo a qualcosa.
E’ il momento giusto per parlare di Ge. Gennaro il giurato storico, Gennaro il giusto. L’uomo che mi definisce “La ragazza che sa usare l’italiano”. Quello che sostiene che Milano sia la mia città. Non Torino, non Roma, Milano.
Gennaro l’amico. Ecco la sfumatura che mi piace di più di lui.
La prima volta che gli parlai su msn non sapevo quasi chi fosse e ci lamentavamo entrambi di essere rimasti senza sigarette. Poi poco tempo dopo lo incontrai per un aperitivo.
Gennaro ha la faccia buona. L’aria intelligente, mille risorse. Gennaro mi attrae mentalmente. E so che potrei raccontargli di tutto.
Ricordi che scivolano via, ma che meritano di essere scritti e ricordati.
Tante persone ho incontrato in questo cammino e da ognuna di loro ho preso qualcosa. Ho incrociato la vita di una casalinga mamma come Daisi, dell’autore impassibile come Giona, del controcorrente Ataru, della frizzante Pamperine, del bel ragazzo come Kilotto, del comunicatore Madlost…
Ho imparato a conoscere cosa sbaglio e cosa no. Ho imparato come cinque persone mai viste possano dare vita a un racconto a più mani e possano costruire qualcosa di bello insieme, come la “Prova delle coincidenze”.
Ho scoperto che persone già incrociate sulla rete possano diventare degli amici fidati e insostituibili, come Francesco.
Ho imparato che c'è ancora tanto da imparare e non ne sono stanca.
Ho imparato a ringraziare chi mi ha dato la possibilità di fare parte di tutto questo: Vip. La persona dalla parlantina irrefrenabile, dall'accento buffo, dall'animo pieno di passione e determinazione e a cui consegno la fine di questo tratto di viaggio della mia vita.
L'arrivo: Milano, Stazione Centrale ore: 19:00

Il "Male di vivere" era la risposta degli uomini di cultura alla profonda crisi esistenziale, morale e culturale che investiva la coscienza dell'uomo agli albori del Novecento e alla crisi che travolgeva l'intellettuale tradizionale.
Alcuni scrittori si impegnarono in una inquieta e tormentosa analisi della malattia dell'uomo moderno nella civiltà industriale e borghese condannandolo in maniera corrosiva e impietosa creando un vero e proprio movimento letterario.
Il "Male di vivere" però persiste ancora oggi, anche se forse è errata l'associazione. Ma lasciatemela fare.
Negli ultimi decenni lo status medio sociale è aumentato. Grazie alle nuove scoperte tecnologiche oggi possiamo avere una vita migliore nella maggior parte dei Paesi industrializzati.
Eppure in Europa, il suicidio è la seconda causa di morte fra i giovani.
secondo le recenti stime dell’OMS, si suicidano ogni anno nel mondo circa 1.000.000 persone. Per gli adolescenti, il suicidio costituisce la seconda causa di morte; per gli anziani, la nona. In Europa, il maggior tasso di suicidi si ha nei Paesi Scandinavi ed in Austria; mentre nel mondo e’ il Giappone uno dei Paesi piu’ colpiti, con oltre 36mila casi all’anno contro i 20mila di dieci anni fa.
Secondo due studiosi francesi non è la società che spiega il suicidio, ma è il suicidio che disvela la società. In Cina, per esempio, è molto praticato tra le giovine spose per vendicarsi dell’oppressione coniugale e familiare. In Africa il suicidio è in relazione con le difficoltà di inserimento nelle strutture della parentela. A Singapore è collegato al rispetto degli anziani. In Europa allo status sociale ed ad una sesazione di inadeguatezza.
Secondo gli psicologi (e qui una famosa blogger come Crazy potrebbe confermarlo) chi si suicida non vuole veramente morire: vuole solo porre fine ad un dolore insopportabile. Ma quando si è disperati, non si vedono le cose in un modo obiettivo: si pensa che perché il passato è stato brutto e il presente è duro, il futuro sarà altrettanto solitario e privo di amore. Ma nella vita tutto può cambiare, non bisogna mai perdere la speranza. Chi pensa al suicidio vede nella morte la soluzione ai propri problemi, ma il suicidio non è la risposta.
Per cercare i dati delle statistiche per scrivere questo pezzo sono capitata su un sito "Tutto per il suicidio"
A primo acchito mi sembrava di cattivo gusto, In realtà ho scoperto non è un vero negozio online per potenziali suicidi, ma semmai una guida semi seria su questo atto estremo nata con l'intento di ribadire l'importanza della vita. Infatti una volta scelto l'articolo e premuto sul tasto "Ordina" si apre una finestra con un messaggio dello stesso autore del sito che invita a riflettere sul senso profondo della vita ed a considerare che gli alti e bassi sono una consuetudine un po' per tutti e, ancora, che il suicido non è il modo migliore per porre fine alle proprie sofferenze. Una bella idea insomma.
Vi chiederete perché questo post… Perché girando in rete sempre più spesso leggo blogger che si sentono inadeguati, depressi e che gridano la loro voglia di morire. Tempo fa incrociai il blog di un ragazzo che annunciava la sua morte e lasciava il suo ultimo messaggio di addio tramite un post. (vedi qui) Si buttò da un ponte e ne parlarono anche i giornali locali. Anche se ultimamente dicono che sia stata tutta una bugia la faccenda ha fatto e fa ancora riflettere su questo atto estremo e sulle richieste mute di aiuto.
Perché ogni tanto è giusto anche parlare di cose serie.